Viviamo l’unità: foglio di collegamento dei delegati per l’ecumenismo e il dialogo dei Frati Minori d’Italia. Maggio 2012

                  una grande famiglia di cristiani appartenenti a chiese diverse

                        prega con te creando unità

                                               la terza domenica di ogni mese

Quest’anno vivremo l’unità meditando i messaggi di Gesù alle sette chiese dell’Apocalisse

 

“… conosco le tue opere… ho però da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore… convertiti…” (Ap 2,1-7)

 

Per la chiesa di Efeso la conversione è il ritorno all’amore. Il messaggio è costruito sulla contrapposizione fra le «opere» che esprimono l’aspetto positivo della chiesa, e la mancanza, o meglio, l’abbandono dell’amore primo. Il riconoscimento di notevoli pregi, quali il lavoro, la perseveranza, il discernimento, l’ortodossia nella fede, risulterebbe vano in assenza della carità.

Alla chiesa è venuto a mancare l’amore «primo»: il contesto dell’alleanza ci suggerisce di legare l’amore «primo» al primo comandamento, che è quello dell’amore. La tradizione profetica identifica il rapporto primo nel tempo con il rapporto di amore, che ha dato l’avvio all’alleanza (Ger 2,2; Ez 16,8). Se non si converte, la chiesa rischia di essere rimossa dal suo posto, cioè dall’insieme del candelabro e quindi dalla comunione con le altre chiese, e dal suo costante rapporto con Cristo (cf. Ap 1,12-13.20). La perdita dell’amore compromette lo stesso rapporto con Dio e non è compensata da nessuna buona «opera». La concentrazione ossessiva nella difesa dell’ortodossia e l’autocompiacimento per la propria integrità rischiano di soffocare l’amore. Solo attraverso l’esperienza della verità e dell’amore è possibile riconoscere e rifiutare l’errore

Ma ci è dato di comprendere qualche cosa anche sul processo di conversione. I tre verbi: ricordati – convertiti – fa (v. 5) indicano tre tappe nel processo di conversione; essa nasce dall’ascolto della parola di Gesù, la quale, vivificata e attualizzata dallo Spirito, attraverso la «memoria» produce un cambiamento della vita, ripristinando l’originale rapporto di amore con Dio, il quale si esprime concretamente attraverso un corrispondente comportamento morale. La conversione ha una dimensione ecclesiale ed è parte essenziale della chiesa. La mancanza di amore può toccare non solo singole persone, ma anche la chiesa in quanto tale, la quale, senza l’amore, non è più la chiesa di Cristo e rischia di venire rimossa dalla sua presenza. Essa non può appellarsi alla sua definizione di sposa incontaminata, scaricando sui singoli la responsabilità per la presenza del peccato: tutta la chiesa è chiamata a conversione, a recuperare l’amore.

Un’altra caratteristica della conversione è la sua proiezione escatologica: essa, infatti, garantisce al vincitore il dono di «mangiare dell’albero della vita, che è nel paradiso di Dio» (v. 7; cf. 22,2.14.19). In questo contesto, si completa l’ottica all’interno della quale è collocato il processo di conversione: si parte dall’ascolto della parola per giungere alla comunione con Dio nella Gerusalemme celeste o nel paradiso di Dio. In questo processo di maturazione la conversione svolge un ruolo decisivo, perché essa genera i vincitori.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

“L’antisemitismo è un tradimento della fede cristiana”

Lo ha ribadito il cardinale Koch partecipando ad un convegno dedicato al dialogo fra cristiani ed ebrei

 

REDAZIONE- ROMA

”Il flagello dell’antisemitismo sembra essere non estirpabile nel mondo di oggi; e anche nella teologia cristiana l’antichissimo marcionismo e l’antiebraismo riemergono con spirito di rivalsa, e di fatto non solo da parte dei tradizionalisti ma anche nel filone liberale dell’attuale teologia”: lo ha detto, tenendo la ”Berrie Lecture” presso la Pontificia Universita’ San Tommaso d’Aquino (Angelicum), il card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unita’ dei Cristiani e della Commissione della Santa Sede per le Relazioni Religiose con l’Ebraismo. Il porporato e’ stato invitato dal John Paul II Center for Interreligious Dialogue, diretto dal rabbino Jack Bemporad.

La lecture del cardinale Koch e’ stata dedicata al dialogo tra i cristiani ed ebrei cinquant’anni sulla base della dichiarazione conciliare sulle religioni non cristiane.

”Il dialogo ebraico-cattolico – ha detto ancora il card. Koch, della cui relazione l’Osservatore Romano ha pubblicato oggi alcuni stralci – non sara’ mai dunque inoperoso, specialmente a livello accademico, in particolare dal momento che il nuovo corso epocale dato dal concilio Vaticano II riguardo alla relazione fra ebrei e cristiani e’ naturalmente messo costantemente alla prova”. Per il porporato, ”la Chiesa cattolica e’ costretta a denunciare che l’antiebraismo e il marcionismo sono un tradimento della sua stessa fede cristiana e a richiamare alla mente che la fraternita’ spirituale fra ebrei e cristiani ha il suo fermo ed eterno fondamento nella Sacra Scrittura”.

Per Koch, ”la domanda del concilio Vaticano II di diffondere la mutua comprensione e il mutuo rispetto fra ebrei e cristiani deve continuare a ricevere la dovuta attenzione. Questo e’ il prerequisito indispensabile per garantire che non ci sia un ritorno del pericoloso allontanamento fra cristiani ed ebrei, ma che essi rimangano coscienti della loro affinita’ spirituale”, per arrivare a una migliore comprensione fra loro, in modo che essi ”come un popolo di Dio portino testimonianza di pace e riconciliazione nel mondo non conciliato di oggi e che possano essere una benedizione non solo gli uni per gli altri ma insieme per l’umanita’ intera”.

tratto da VaticanInsider

 

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Visita dei frati italiani impegnati nel dialogo ecumenico al Monastero di Visoki Dečani, del Patriarcato serbo ortodosso

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Visita fraterna dei frati italiani impegnati nel dialogo ecumenico all’Arcivescovo Anastasios di Tirana e di tutta l’Albania

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Il dialogo ecumenico riparte da Assisi


Dal 17 al 20 aprile oltre 250 teologi e rappresentanti delle principali religioni del mondo provenienti da 54 paesi si incontrano nella città di San Francesco

MARIA TERESA PONTARA PEDERIVA
ROMA

Nonostante la semplicità francescana del titolo con cui l’evento è stato contrassegnato – Assisi 2012 “Dove possiamo incontrarci” – lo spessore culturale che caratterizzerà le giornate, fra relazioni, incontri di commissioni e laboratori si preannuncia elevato per la presenza di numerose personalità di spicco e il sostegno di istituzioni e organizzazioni fra le più autorevoli nel mondo. Oltre che dall’Italia, Germania, Irlanda e Regno Unito (la Roehampton University di Londra), relatori e sponsor si registrano provenienti da Canada, Stati Uniti, Australia e Giappone (l’Ateneo dei gesuiti), mentre i rappresentati delle religioni, operatori per la pace e  studenti universitari giungono da ogni continente. Sarà il vescovo di Assisi, monsignorDomenico Sorrentino, ad accogliere i partecipanti e dichiarare formalmente aperto l’incontro.

Gerard Mannion, docente di teologia e studi religiosi, presidente del Comitato organizzatore e direttore del Frances G. Harpst Center per il Pensiero e la cultura cattolica presso l’università di San Diego in California – un Centro che ha come motto “all are welcome” (tutti sono benvenuti) -  spiega come l’obiettivo generale del Convegno sia quello di individuare nuove modalità di dialogo, comprensione e armonizzazione fra persone che professano fedi diverse come anche nessuna fede. “Non solo una conferenza, bensì l’inizio di un nuovo processo alla scoperta dei percorsi di dialogo più efficaci in questo nostro tempo”. L’ipotesi è quella di un ecumenismo capace di “pensare fuori dagli schemi” attraverso il contributo di voci diverse non solo in termini di fede, ma anche di cultura, età e provenienza. Tra i relatori assoluta parità di presenza fra uomini e donne, religiosi e laici.

Se “Dove possiamo incontrarci insieme” è il sottotitolo, il termine utilizzato “pathways”, inteso come percorsi da individuare, ha piuttosto il significato di sentiero. Bando quindi al facile ottimismo: il dialogo non si presenta certo come una un’autostrada.

Ampio l’orizzonte delle analisi: dallo Spirito di Assisi – e ancor prima la figura di san Francesco – ai problemi del post-colonialismo, dalle attuali strutture ecumeniche alle sfide del dialogo, dal ruolo delle minoranze religiose a quello della dottrina, dal rapporto fra chiese locali e centro al cambiamento di oggi nei confronti della religione in genere, dal primato del papa all’evento del Vaticano II, dal contributo delle scienze naturali – con particolare riferimento a cosmologia ed ecologia – a quello delle scienze umane, dal ruolo delle organizzazioni umanitarie a quello delle istituzioni religiose e culturali.

Relazioni, solo per fare un esempio, come “Problemi ambientali e mobilità umana” (C. Venturi) o “Giuseppe Dossetti tra impegno civile e responsabilità ecclesiale” (Pernigotto) mostrano il chiaro intento di svincolare il dialogo ecumenico e interreligioso dalle sole questioni dottrinali – e relative diatribe storiche – per allargarlo ad un orizzonte di concretezza, testimonianza e quotidianità.

Originali si presentano in particolare le relazioni sulle divisioni relative alla questione del genere e il diverso ruolo della donna e quelle sulle differenze fra nord e sud, in particolare le culture africana e sudamericana.

tratto da Vatican Insider

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Il Papa scrive al Patriarca Barolomeo I per Sant’Andrea: il mondo è diviso, testimoniamo la concordia



Una fede, testimoniata in modo concorde, che sia capace di unire un’umanità attraversata da gravi tensioni. È l’auspicio con il quale Benedetto XVI si rivolge al Patriarca ortodosso ecumenico, Bartolomeo I, nel suo Messaggio inviato oggi per la festa di Sant’Andrea Apostolo, venerato come fondatore e patrono della Chiesa di Costantinopoli. Come da tradizione, una delegazione vaticana ha partecipato oggi a Istanbul alle celebrazioni solenni, coincidenti quest’anno con il 20.mo anniversario dell’elezione di Bartolomeo I alla guida del Patriarcato. Il servizio di Alessandro De Carolis: 

“Continuo ad avere ben vivo nel cuore il ricordo nel nostro ultimo incontro, quando ci siamo radunati insieme come pellegrini di pace nella città di Assisi, per riflettere sul profondo rapporto che unisce la sincera ricerca di Dio e della verità e quello della pace e della giustizia nel mondo”. Sono le parole introduttive di Benedetto XVI nel messaggio a Sua Santità Bartolomeo I per la solennità di Sant’Andrea. Un testo ricco di attestazioni di amicizia fraterna, ma anche di riflessioni di stretta attualità. “Le circostanze attuali, siano esse culturali, sociali, economiche, politiche o ecologiche pongono di fronte cattolici ed ortodossi esattamente alla stessa sfida” e cioè – rileva il Papa – quella di annunciare con forza rinnovata il Vangelo “in molte delle zone che, per prime, hanno ricevuto la luce e che oggi soffrono gli effetti di una secolarizzazione che impoverisce l’uomo nella sua dimensione più profonda”. E data “l’urgenza di questo compito”, soggiunge Benedetto XVI, “abbiamo il dovere di offrire a tutta l’umanità l’immagine di persone che hanno acquisito una maturità della fede capace di unire, nonostante le tensioni umane, attraverso la ricerca comune della verità, nella consapevolezza che il futuro dell’evangelizzazione dipende dalla testimonianza di unità data dalla Chiesa e dalla qualità della carità”.

Queste parole del Pontefice sono state lette al termine della Divina Liturgia presieduta da Bartolomeo I nella chiesa patriarcale del Fanar. A leggerle – e a consegnarle al Patriarca ecumenico in un messaggio autografo del Papa – è stato il capo della delegazione vaticana presente alla cerimonia, il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, il quale ha avuto un incontro con lo stesso Bartolomeo I oltre che conversazioni con la Commissione sinodale incaricata delle relazioni con la Chiesa cattolica. La visita della delegazione vaticana è omologa di quella che ogni anno, il 29 giugno, una rappresentanza del Patriarcato ecumenico rende al Papa in occasione della solennità dei Santi Pietro e Paolo. Inoltre, informa una nota ufficiale, il cardinale Koch ha incontrato i rappresentanti della comunità cattolica locale e si è intrattenuto su temi ecumenici con i religiosi e le religiose del posto. Quest’anno, poi, le celebrazioni al Fanar hanno avuto un carattere particolarmente festivo, poiché esattamente 20 anni fa il Patriarca ecumenico Bartolomeo I veniva eletto alla cattedra di Costantinopoli. “Mi dà grande conforto”, scrive in proposito il Papa nel Messaggio, constatare come “la Santità Vostra” abbia in questi 20 anni “sempre avuto a cuore la questione della testimonianza del Chiesa e della sua santità nel mondo contemporaneo”. “Le mie preghiere e quelle di tutti i fratelli e sorelle cattolici – scrive ancora Benedetto XVI – accompagnano le vostre nell’invocare da Dio (…) la pace nel mondo, la prosperità per la Chiesa e l’unità di tutti i credenti in Cristo”. E conclude: che il Signore “ci doni di progredire sulla via della pace e della riconciliazione”.

© Copyright Radio Vaticana

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Giornata di Preghiera e di Riflessione per la Pace – Impressioni del giorno dopo

Una prima e molto sintetica valutazione di questa Giornata di preghiera e di riflessione per la pace svoltasi ad Assisi il 27 ottobre è molto positiva per diverse ragioni. Valutazione positiva perché questa giornata prosegue l’iniziativa audace e profetica al tempo stesso, realizzata da Giovanni Paolo II 25 anni fa, con il primo incontro ad Assisi il 27 ottobre 1986, e rinnovata dallo stesso Papa nel 2002. Bilancio positivo anche perché questa Giornata rafforza la comunione tra tutti i credenti e tra questi e i non credenti. E’ importante ricordare che a questo incontro sono stati invitati per la prima volta, i non credenti.

Questo giornata è quindi un nuovo forte impulso nella promozione del dialogo ecumenico, del dialogo interreligioso e la cultura. Valutazione positiva perché ha potuto contare sul sostegno e l’impegno a lavorare per la pace di molti leader religiosi e agnostici. Per questi motivi, e per molti altri che potremo segnalare, la Giornata di Assisi convocata da Benedetto XVI, è un incontro di speranza: Speranza della quale si è fatto portatore il Santo Padre nelle sue parole a chiusura della giornata: “ Non più violenza! Non più la guerra! Non più terrorismo! In nome di Dio, ogni religione porti sulla terra Giustizia, Pace, Perdono e Vita, Amore!

Questa speranza, che tuttavia, non si può frustrare, perché è una realtà fragile, come dimostra il discorso magistrale del Papa nella Chiesa della Porziuncola, in Santa Maria degli Angeli (Assisi). Il Papa, facendo un bilancio degli ultimi 25 anni, non ha esitato ad affermare che la violenza e la discordia ora ha altri volti, ma non è sparita. Quei volti sono essenzialmente due: il terrorismo e l’assenza di Dio. Il terrorismo, nelle parole del Papa, va contro “ciò che nel diritto internazionale era riconosciuto e sancito come limite della violenza” e che spesso viene addirittura ” motivato religiosamente”. In questo caso, “la religione non è al servizio della pace, ma al servizio della giustificazione della violenza”. Da parte sua l’assenza di Dio conduce all’ “adorazione di mammona, all’avere e al potere”, che “rivela un anti-religione in cui non conta l’uomo, bensì solo il guadagno personale”. Da qui l’importanza dell’impegno che i leader religiosi e gli agnostici hanno acquisito al termine della Giornata di lavorare instancabilmente per la pace, pellegrini della pace, e della ricerca della verità; pellegrini della verità. Pace e verità, che Benedetto XVI non ha mancato di sottolineare, per noi cristiani è in Cristo. Così, la Giornata è stato un manifesto per la pace: corale, bello ed emozionante e impegnato. Vi sono ragioni per la speranza!

Con questa Giornata Assisi si è trasformata di nuovo “nell’arca in cui l’umanità si rifugia” (Cardinale Echegaray), e Francesco, il Poverello Francesco, si presentò come un simbolo al quale “Tutti riconoscono, leggono, guardano e ammirano come una lezione e un esempio, una prova certa di quella delfida (utero), perché tutti gli uomini si sentano Adelfoi, fratelli ” tra loro come ha dichiarato Panaghiotis Yfantis, un teologo ortodosso, o, per usare le parole di Giovanni Paolo II, “Apostolo della pace, fratello universale, l’uomo del dialogo, vero artefice di pace e riconciliazione, e per questo conosciuto e venerato da molti in tutto il mondo come simbolo di pace, della riconciliazione e della fraternità “. E tutto perché Francesco è il cristiano che ha incarnato “in modo esemplare la beatitudine proclamata da Gesù nel Vangelo: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5, 9). La testimonianza che ha dato nel suo tempo lo rende riferimento naturale per coloro che oggi coltivano l’ideale della pace, del rispetto per la natura, del dialogo tra le persone, tra religioni e culture “(Benedetto XVI).

Il dialogo e la pace sono possibili solo dallo “Spirito o la logica di Assisi “, che non è altro che la logica delle Beatitudini, la logica che san Francesco visse nei suoi molteplici atti di riconciliazione che sono sintetizzati nella preghiera della Pace: “Signore, fa di me uno strumento della tua pace: Dove c’è odio che io porti l’amore dove c’è discordia l’unione, dove c’è la guerra che porti la pace … Maestro, che non cerchi tanto di essere compreso quanto di comprendere, di essere amato quanto di amare” Il dialogo e la pace sono possibili solo dall’umiltà di colui che cerca, che cammina, che si profila come un pellegrino, nell’orizzonte della Verità.

Fr. José Rodriguez Carballo, OFM
Ministro Generale OFM

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Il Rabbino Rosen, “Vaticano ci rassicuri sull’accordo con lefebvriani”

Le preoccupazione degli ebrei in vista dalla possibile intesa tra la Santa Sede e i tradizionalisti

REDAZIONE
ROMA

Davanti alla possibilità di una riconciliazione definitiva tra il Vaticano e i tradizionalisti lefebvriani, il rabbino David Rosen, responsabile del dialogo interreligioso per l’American Jewish Committee, ribadisce che ”le nostre preoccupazioni sono già state espresse e ho ricevuto l’assicurazione da parte del cardicnale . Kurt Koch (presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani e per la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, ndr) che non c’è possibilità di arrivare ad una riconciliazione che comprometta Nostra Aetate”, il documento del Concilio Vaticano II considerato come un punto di svolta nei rapporti tra cattolici e ebrei dopo due millenni di ostilità  e sospetto.

”Per il resto – ha aggiunto Rosen al termine dell’incontro avuto questa mattina con papa Benedetto XVI insieme agli altri leader religiosi di Israele – è una
questione interna della Chiesa cattolica”. Nostra Aetate, ha spiegato ancora il rabbino interpellato sul suo colloquio con Koch, ”non è in discussione”. Questo, ha aggiunto, non significa che un riconoscimento esplicito del documento conciliare faccia parte della proposta di accordo sottoposto dalla Santa Sede
alla Società Sacerdotale San Pio X ma che, dal punto di vista pratico, ”ogni riconciliazione richieda in effetti l’accettazione di Nostra Aetate”.

Quanto all’opportunità della trattativa vaticana, ”posso avere le mie opinioni, ma non ho il diritto di intervenire nelle scelte interne di un’altra religione”. ”Mi aspetto – ha concluso – che la Santa Sede sia esplicita nel ripudiare la negazione dell’Olocausto nel caso di una riconciliazione”, per rassicurare il mondo ebraico, anche se il vero problema, ha tenuto a sottolineare, non è
 tanto monsignor Williamson quanto ”chiarire che Nostra Aetate non è sul tavolo”.

tratto da Vatican Insider

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Vaticano, l’appello al dialogo di Papa Ratzinger

ALESSANDRO SPECIALE
CITTA’ DEL VATICANO

Per la prima volta, i leader di tutte le comunità religiose di Israele – ebrei e musulmani, cattolici e anglicani, drusi e baha’i, per citarne alcuni – hanno lasciato tutti insieme il loro Paese per volare a Roma ad incontrare papa Benedetto XVI.

Ad invitarli, durante il suo viaggio in Terra Santa nel 2009, era stato lo stesso pontefice.

L’iniziativa, secondo i partecipanti, ha segnato un “momento storico” per la pace e per la Terra Santa.

E non solo per il fatto del viaggio in sé. Infatti, in occasione dell’incontro con Benedetto XVI, i capi delle diverse fedi hanno preparato una dichiarazione congiunta in cui affermano l’impegno “nei confronti della sacralità della vita umana e a respingere la violenza, specialmente quando è perpetrata in nome della religione”.

Israele, ricorda la dichiarazione, ospita luoghi sacri a tutte le religioni monoteiste e questo carattere “unico e speciale” va salvaguardato da “ogni forma di violenza e di profanazione”.

I leader religiosi chiedono anche che “il libero accesso dei fedeli ai loro luoghi sacri” sia “consentito e garantito dalle autorità civili competenti”.

Durante l’incontro in Vaticano, Benedetto XVI ha ricordato l’incontro interreligioso da lui convocato ad Assisi lo scorso 27 ottobre: “Nei nostri tempi agitati – ha detto -, il dialogo tra differenti religioni sta diventando sempre più importante” per creare “un’atmosfera di mutua comprensione e rispetto”.

“Questo – ha aggiunto – è pressante per i leader religiosi della Terra Santa, che mentre vivono in un luogo ricco di memorie sacre per le nostre tradizioni, sono ogni giorno messi alla prova dalle difficoltà del vivere insieme in armonia”.

Dal pontefice e’ arrivato anche un appello ad educare i membri delle nostre rispettive comunità religiose” con l’obiettivo di approfondire “la conoscenza reciproca” e di “sviluppare un’apertura alla cooperazione con persone di tradizioni religiose diverse dalla propria”.

Dalla sua fondazione, quattro anni fa, il Consiglio dei capi religiosi di Israele si riunisce ogni due mesi e sta preparando un corso interreligioso di educazione alla pace che vuole proporre per l’adozione nelle scuole sia israeliane che palestinesi.

“Spero che la sua voce sia ascoltata sempre di più, anche dai politici – ha detto alla Radio Vaticana l’arcivescovo anglicano di Gerusalemme, Suheil Dawani -. Noi proviamo a parlare sia agli israeliani che ai palestinesi”.

Al termine dell’incontro con papa Ratzinger, il rabbino capo di Israele, Yonah Metzger, ha detto che il Consiglio dei capi religiosi dimostra come in Terra Santa sia possibile vivere tutti insieme in pace. Un messaggio, ha aggiunto, che oggi e’ stato portato al papa e al mondo intero.

Gli ha fatto eco il capo degli imam musulmani di Israele, Mohamad Kiwan, che ha definito quello di oggi un “giorno storico” che rafforza l’impegno a portare la pace e l’amicizia in Terra Santa.

Metzger ha anche chiesto alla comunità internazionale di agire in fretta per fermare i “piani malvagi” dell’Iran di Mahmoud Ahmadinejad, mentre l’arcivescovo melkita Elias Chacour non ha nascosto i problemi della convivenza tra israeliani e palestinesi in Terra Santa.

“É vitale che noi, leader religiosi, ci sentiamo responsabili e soffriamo per tutte le ingiustizie che vengono fatte, a chiunque – ha chiesto al termine dell’incontro del Consiglio con i giornalisti -. La pace per Israele e’ possibile solo se sara’ raggiunta la pace con i palestinesi”.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Ratisbona, una lezione stravolta

Un contributo alla conferenza per celebrare i 150anni dell’”Osservatore Romano”

ANTONIO PELAYO
CITTA’ DEL VATICANO

“Ratisbona e la lezione stravolta” è il titolo della comunicazione che ho presentato giovedì 10 novembre al Convegno convocato da “L’Osservatore Romano” per festeggiare i suoi 150 anni di esistenza. Altri illustri professori e colleghi hanno esposto le loro riflessioni su alcuni altri “casi” che hanno raccontato la difficile convivenza tra la Chiesa e l’informazione.

Quello di Ratisbona è uno dei casi più clamorosi e ha condizionato allora (e continua a farlo anche oggi in certi ambienti) la figura di Benedetto XVI, sopra tutto in alcuni aspetti della sua azione come il dialogo con la religione musulmana.

I fatti sono ben noti: dal 9 al 14 settembre 2006, Ratzinger ha visitato la sua Baviera e il 12 ha pronunciato una “lectio magistralis”, nella quale è stata durante alcuni anni la sua università, sul tema: “Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni”. Sei pagine fittissime su uno dei temi-asse del Pontificato, nelle quali Benedetto XVI ha citato una frase del imperatore bizantino Manuele II Paleologo sul Islam e su Maometto.  «Mostrami –dice l’imperatore bizantino al suo interlocutore persiano– pure ciò che Maometto ha portato di nuovo e vi troverai soltanto delle cose cattive, disumane, come la sua direttiva di difendere mediante la spada la fede che egli predicava».

Non mi chiederò se era opportuna o meno la citazione, neanche se uno dei collaboratori più stretti di Benedetto l’abbia avvertito sulla “pericolosità” di quella citazione. Ci sono delle opinioni diverse in giro, ma non è il caso di parlarne adesso.

Il vero è che, letto il discorso, la citazione non era indispensabile per il ragionamento del Papa e, senza dubbio, non aveva maggiore importanza come neanche la si doveva considerare come rappresentativa del pensiero del Pontefice sulla religione musulmana, il Corano e il Profeta. E proprio così ha sottolineato, davanti a un gruppo di giornalisti, Padre Federico Lombardi, poche ore dopo il discorso.

Spiegazione inutile, perché, il giorno dopo, i giornali italiani aprivano, con una strana coincidenza, la loro informazione da Ratispona con delle frasi come questa: “La Jihad contro Dio e la ragione”. Nel mio archivio ci sono almeno tredici prime pagine di testate italiane che il giorno 13 hanno ridotto a questa citazione la loro informazione sul importante discorso e senza aproffondire sulla questione proposta dal Papa. Non hanno fatto la stessa cosa alcuni giornali stranieri che, anche se abbiano citato la famosa frase, non la consideravano prioritaria e la hanno messa nel suo contesto, senza presentarla come l’espressione del pensiero del Papa sul Islam.

Evidentemente, le ambasciate dei Paesi arabi a Roma e gli inviati dei media di quella regione hanno raccolto i titolari e, senza confrontare con il testo del discorso, hanno trascritto per la pubblica opinione che Benedetto XVI aveva attaccato il Profeta, i musulmani e il Corano. Le reazioni sono state molto violente, dal chiedere il rientro degli ambasciatori alle minacce più o meno nascoste contro la persona del Pontefice.

Quando il Papa è rientrato a Roma, sono cominciate le spiegazioni; infatti, Padre Lombardi e il nuovo Segretario di Stato, Cardinale Bertone, e lo stesso Benedetto XVI, almeno in cinque occasioni diverse, cercato di chiarire la questione, rifiutando sopra tutto l’idea di considerare la citazione di Manuele II Paleologo come l’espressione del giudizio sul Islam di Joseph Ratzinger. Con molta pazienza, sono riusciti a ristabilire una piattaforma per la mutua comprensione che si è consolidata con la visita pastorale del Pontefice in Turchia e, specialmente, in Istanbul, dove, nella Moschea Azzurra, si è fermato per alcuni minuti di contemplazione.

Penso, oggettivamente, che ci sia stata una disfunzione informativa non motivata da cattive intenzioni, ma dalla eccessiva tendenza verso i titolari spettacolari, non ostante sbagliati. In Spagna diciamo “non lasciare che una notizia ti rovini un buon titolo”.

Posted in Uncategorized | Leave a comment