Uniti nell’incoraggiare il dialogo

 di Andrea Palmieri*

Nel 2012 è proseguito il cammino di preparazione di una nuova sessione plenaria della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme. L’ultima sessione plenaria della Commissione mista ha avuto luogo a Vienna nel 2010. Al termine della riunione, è stata accantonata l’idea di preparare un documento comune sul primato del vescovo di Roma nella comunione della Chiesa del primo millennio, che avrebbe dovuto approfondire la riflessione sull’affermazione centrale del documento di Ravenna, Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa. Comunione ecclesiale, conciliarità e autorità (2007), sulla necessità di un primato nella Chiesa anche a livello universale. Tale decisione è dovuta alle difficoltà nel giungere a interpretazioni condivise delle testimonianze storiche, soprattutto patristiche e canoniche, sulla tematica. Nella stessa sessione plenaria, i membri si sono impegnati a proseguire il lavoro della Commissione con la redazione di un nuovo testo sulla relazione teologica ed ecclesiologica tra primato e sinodalità. Seguendo le indicazioni della plenaria, è stato avviato il complesso iter di redazione del nuovo documento.

Nel giugno del 2011, si è riunito a Rethymno, nell’isola di Creta, un gruppo di redazione, per preparare un testo da sottoporre all’esame del Comitato di coordinamento della Commissione mista. Lo studio del testo è iniziato durante una riunione tenutasi a Roma nel novembre del 2011, dove però non è stato possibile portare a compimento l’intero lavoro. Il Comitato di coordinamento della Commissione mista internazionale si è riunito nuovamente dal 19 al 23 novembre 2012, a Parigi, grazie alla generosa ospitalità offerta dal metropolita di Francia, Emmanuel Adamakis, del Patriarcato ecumenico. Alla riunione, che era co-presieduta dal cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e dal metropolita di Pergamo, Ioannis Zizioulas, del Patriarcato ecumenico, erano presenti sette membri cattolici, mentre da parte ortodossa partecipavano nove membri in rappresentanza del Patriarcato ecumenico, del Patriarcato greco ortodosso di Alessandria, del Patriarcato greco ortodosso di Gerusalemme, del Patriarcato di Mosca, del Patriarcato di Serbia, del Patriarcato di Romania, della Chiesa di Cipro e della Chiesa di Grecia.

Dopo una lunga e accurata analisi del testo, il Comitato di coordinamento è giunto a un sostanziale consenso sul fatto che la bozza di documento, emendata in più punti, possa essere presentata a una prossima sessione plenaria della Commissione mista. Inoltre, trattandosi di un testo ancora provvisorio, i membri del Comitato sono stati unanimi nello stabilire che la bozza del documento resti sotto embargo fino a quando la Commissione non deciderà in merito alla sua pubblicazione. Nel corso della riunione di Parigi non è stato possibile, per motivi pratici, fissare date precise per la prossima sessione plenaria della Commissione mista, ma è stato proposto che tale riunione abbia luogo alla fine del 2013 o all’inizio del 2014. La conclusione del processo di redazione del testo sulla relazione tra primato e sinodalità, nella vita della Chiesa a livello locale, regionale e universale, rappresenta un risultato certamente positivo, che si spera possa offrire un quadro teologico e ecclesiologico per affrontare in seguito la spinosa questione della modalità dell’esercizio del primato del vescovo di Roma a livello universale quando la piena comunione tra le Chiese di Oriente e di Occidente sarà finalmente ristabilita. La preparazione di questo testo ha richiesto un lungo e complesso lavoro in quanto, attraverso una franca presentazione delle proprie posizioni e un vivace confronto mirato a chiarire i punti essenziali, si è cercato di far emergere quanto è possibile affermare insieme, cattolici e ortodossi, sul delicato tema in oggetto, seguendo la metodologia che la Commissione mista internazionale si è data sin dalla sua istituzione nel 1980, piuttosto che limitarsi a esporre in modo comparativo le differenze che ancora ci separano. Questa scelta metodologica ha presupposto uno sforzo, per così dire, teologicamente creativo, per trovare, senza tradire in alcun modo la dottrina di fede, nuovi modi di esporre insieme il patrimonio tradizionale della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa, superando le contrapposizioni polemiche e apologetiche che nel corso dei secoli si sono sviluppate da entrambe le parti. Sarà innanzitutto la Commissione mista internazionale nella sua prossima plenaria a valutare se tale passo è stato adeguatamente realizzato nella bozza di documento che sarà presa in esame in quella sede. Da questo punto di vista, non mancano oggettivamente difficoltà, non solo perché permane una certa diversità nell’approccio alla tematica in oggetto tra cattolici e ortodossi, ma anche perché esistono diversi punti di vista sulla questione all’interno delle stesse delegazioni.

Un forte incoraggiamento a proseguire il dialogo tra cattolici e ortodossi è stato espresso da Papa Benedetto XVI nel suo messaggio al Patriarca ecumenico Bartolomeo, trasmesso da una delegazione ufficiale della Santa Sede in occasione della festa di sant’Andrea apostolo, patrono del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, celebrata lo scorso 30 novembre al Fanar in Istanbul. Il Santo Padre, consapevole dei progressi finora compiuti ma anche delle difficoltà tutt’ora esistenti, ha ribadito l’importanza di procedere insieme con fiducia nel cammino che conduce al ristabilimento della piena comunione: «In questo cammino, grazie anche al sostegno assiduo e attivo di Vostra Santità, abbiamo compiuto tanti progressi, per i quali le sono molto riconoscente. Anche se la strada da percorrere può sembrare ancora lunga e difficile, la nostra intenzione di proseguire in questa direzione resta immutata, confortati dalla preghiera che nostro Signore Gesù Cristo ha rivolto al Padre: “siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda” (Giovanni, 17, 21)”». Un motivo di grande speranza per ulteriori progressi in questo dialogo viene, inoltre, dai recenti sviluppi relativi alla prossima convocazione del grande sinodo pan-ortodosso. A questo proposito, il Patriarca ecumenico, nel discorso rivolto alla delegazione della Santa Sede al termine della celebrazione della festa di Sant’Andrea, più sopra ricordata, così si esprimeva: «La nostra santa Chiesa ortodossa si trova nella lieta posizione di poter annunciare che i preparativi per il suo santo e grande sinodo sono stati quasi completati, sono nelle fasi finali e presto verrà convocato. Si pronuncerà, tra le altre cose, sulle questioni del dialogo tra l’ortodossia e le altre Chiese, e prenderà decisioni adeguate nell’unità e nell’autenticità, al fine di procedere verso l’unità di fede nella comunione dello Spirito Santo». Quanto è stato realizzato nel corso del 2012 acquista particolare senso alla luce del cinquantesimo anniversario dell’apertura del concilio Vaticano II che, come è noto, ricorreva lo scorso 11 ottobre. Il Vaticano II, infatti, ha dato inizio a un periodo nuovo nelle relazioni tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa e in tal modo ha aperto la strada all’istituzione della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico. Significativamente, Papa Benedetto XVI, salutando i membri della delegazione del Patriarcato ecumenico giunti a Roma per partecipare alle celebrazioni in onore dei santi Pietro e Paolo, patroni della città e della Chiesa di Roma, lo scorso 29 giugno, affermava: «È proprio in concomitanza con questo concilio, al quale, come ben sapete, erano presenti alcuni rappresentanti del Patriarcato ecumenico in qualità di delegati fraterni, che ebbe inizio una nuova importante fase delle relazioni tra le nostre Chiese. Vogliamo lodare il Signore innanzitutto per la riscoperta della profonda fraternità che ci lega, e anche per il cammino percorso in questi anni dalla Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme, con l’auspicio che anche nella fase attuale si possano fare dei progressi».

Un segno particolarmente eloquente della profondità delle relazioni che legano la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa è stata sicuramente la presenza del Patriarca ecumenico Bartolomeo accanto a Papa Benedetto XVI sul sagrato della basilica di San Pietro in Vaticano durante la celebrazione eucaristica, la mattina dell’11 ottobre 2012, in occasione della commemorazione del cinquantesimo anniversario dell’apertura del concilio Vaticano II e dell’inizio dell’Anno della fede. Nel saluto che il Patriarca ecumenico rivolgeva al Santo Padre e a tutti i presenti, prima della conclusione della messa, tra le altre cose egli osservava che «nel corso degli ultimi cinque decenni, le conquiste raggiunte da questa assemblea sono state varie. Abbiamo contemplato il rinnovamento dello spirito e il “ritorno alle origini” attraverso lo studio liturgico, la ricerca biblica e la dottrina patristica. Abbiamo apprezzato lo sforzo graduale di liberarsi dalla rigida limitazione accademica all’apertura del dialogo ecumenico che ha condotto alle reciproche abrogazioni delle scomuniche, lo scambio di auguri, la restituzione delle reliquie, l’inizio di dialoghi importanti e le visite reciproche nelle nostre rispettive sedi».

L’impegno profuso, nel corso dell’anno che da poco si è concluso, per il proseguimento del prezioso lavoro della Commissione mista internazionale può essere considerato, dunque, come un piccolo passo in avanti nel lungo viaggio verso la piena comunione visibile tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. Anche se la strada appare non priva di ostacoli, dobbiamo rallegrarci del fatto che questo cammino continua. La constatazione della sincera disponibilità dei cattolici e degli ortodossi di proseguire in questa direzione e la profonda fiducia nell’opera della grazia che agisce nella nostra storia permettono di mantenere viva anche oggi la speranza, coltivata dai padri conciliari, «che, tolta la parete che divide la Chiesa occidentale dall’orientale, si avrà finalmente una sola dimora solidamente fondata sulla pietra angolare, Cristo Gesù, il quale di entrambe farà una cosa sola» (Unitatis redintegratio, n. 18).

*Sotto-Segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani

(©L’Osservatore Romano 19 gennaio 2013)

Posted in Uncategorized | Leave a comment

LA SETTIMA PAROLA: «NON COMMETTERE ADULTERIO»

Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei
17 gennaio 2013

Presentazione
Nel cammino di fraterno dialogo e stima tra la Chiesa in Italia e il Popolo ebraico, l’incontro tra il Papa e la Comunità ebraica di Roma nel Tempio Maggiore, il 17 gennaio 2010, ha suggellato positivamente le tappe fin qui percorse, indicando nuovi obiettivi, mostrando di voler andare oltre
turbolenze e incertezze che hanno talora suscitato dubbi sull’effettiva consistenza del dialogo cristiano-ebraico odierno. Nella sua visita alla Sinagoga di Roma Benedetto XVI, ha voluto sottolineare in maniera ancora più chiara quanto aveva già affermato nella sinagoga di Colonia sulla comune responsabilità che gli ebrei e i cristiani hanno di fronte alle “Dieci parole”: «In particolare il Decalogo – le “Dieci Parole” o Dieci Comandamenti (cfr Es 20,1-17; Dt 5,1-21) – che proviene dalla Torah di Mosè, costituisce la fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede e della morale del popolo di Dio, e illumina e guida anche il cammino dei Cristiani.
Esso costituisce un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore, un “grande codice” etico per tutta l’umanità. Le “Dieci Parole” gettano luce sul bene e il male, sul vero e il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona umana. Gesù stesso lo ha ripetuto più volte, sottolineando che è necessario un impegno operoso sulla via dei Comandamenti: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti” (Mt 19,17)». In questa prospettiva, sono vari i campi di collaborazione e di testimonianza che si aprono davanti a ebrei e cristiani, uniti da comuni aspirazioni.
Vorremmo ricordarne tre particolarmente importanti per il nostro tempo. …
Posted in Uncategorized | Leave a comment

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2013

“La preghiera è una realtà potente nella vita di un cristiano. La preghiera è trasformante. Quando i cristiani comprendono il valore e l’efficacia della preghiera in comune per l’unità di quanti credono in Cristo, essi cominciano ad essere trasformati in ciò per cui stanno pregando”.

Con queste parole le Chiese cristiane in Italia ci invitano a vivere la “settimana di preghiera per l’unità dei cristiani”, che in tutto il mondo si celebra tra il 18 e il 25 gennaio.

“La preghiera per l’unità – dice il testo di preparazione che sotto proponiamo – non è un accessorio opzionale della vita cristiana, ma, al contrario, ne è il cuore. L’ultimo comandamento che il Signore ci ha lasciato prima di completare la sua offerta redentiva sulla croce, è stato quello della comunione fra i suoi discepoli, della loro unità come Lui e il Padre sono uno, perché il mondo creda. Era la sua volontà e il suo comandamento per noi, perché realizzassimo quell’immagine in cui siamo plasmati, quella comunione di amore che spira fra le Persone della Trinità e che li rende Uno. Per questo motivo la realizzazione della preghiera di Gesù per l’unità è una grande responsabilità di tutti i battezzati”.

Il tema di quest’anno è: “Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore”

L’opuscolo per vivere la settimana di preghiera edito dalla Società biblica in Italia

Link utili:

Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani

Ufficio nazionale Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso

Centro Pro-Unione

Società biblica in Italia

Posted in Uncategorized | Leave a comment

 

“E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo.” (ff 116)

 

 

Fiesole, 1 Gennaio 2013

Solennità della Madre di Dio

 

 

Carissimi fratelli e sorelle.

Vi comunichiamo, con gioia, l’istituzione del MoFra (Movimento Francescano) in Toscana. Il giorno 14 dicembre, presso la Curia provinciale dei Frati Minori di Piazza Savonarola, a Firenze, si è tenuta l’Assemblea generale di tutti i rappresentanti degli Ordini, delle Congregazioni francescane e degli Istituti di ispirazione francescana, presenti sul territorio della Regione Toscana.

Il MoFra (Movimento Francescano) è l’organo che riunisce tutte le espressioni della vocazione francescana, religiose e laicali. Ne fanno parte le famiglie dei frati del Primo Ordine, le Clarisse, l’Ordine Francescano Secolare, la Gioventù Francescana, le Congregazioni religiose e gli Istituti che si ispirano alla regola e vita di Francesco d’Assisi. Esso è organizzato su base nazionale e regionale, ed è promotore di iniziative di formazione, di preghiera e di testimonianza.

L’Assemblea ha dapprima discusso e poi approvato lo Statuto del MoFra, mutuato da quello nazionale, per poi eleggere coloro che nei prossimi due anni ne animeranno le attività.

Il Consiglio di presidenza, dopo la votazione, è così composto:

- Presidente: Fra Paolo Fantaccini ofm

- Vice presidente: Dott. Stefano Miniati ofs

Consiglieri:

- Suor Raffaella Vadacca (Suore francescane della Trasfigurazione)

- Suor Mariangela Gregolon (Suore francescane terziarie regolari d’Ognissanti)

- Suor Liliana Signori (Suore francescane missionarie del Verbo Incarnato)

- Piera Grilli (Istituto missionario della Regalità di Cristo)

Il Consiglio di Presidenza ha poi nominato fra David Gagrcic ofm, Segretario e fra Luca M. De Felice ofm capp, vice- Segretario del MoFra Toscana.

 

Sia lode al Signore perché attraverso il suo servo Francesco ha compiuto cose meravigliose. Chiediamo anche noi al Signore la grazia di essere sul suo esempio degni servi del Regno di Dio.

Il Signore ci dia Pace

 

Il Segretario

Fra David Gagrcic ofm

 

Il Presidente

Fra Paolo Fantaccini ofm

 

Posted in Uncategorized | Leave a comment

La testimonianza del Patriarca della Chiesa ortodossa etiope

Paulos, la tenacia e l’umiltà di un padre
Si è spento in un ospedale di Addis Abeba, Abuna Paulos, il Patriarca della Chiesa Ortodossa Tewahedo (“unitaria”) di Etiopia. Figura non molto nota nella nostra opinione pubblica, è stato, in realtà, un grande leader religioso, guida spirituale di una delle maggiori Chiese cristiane. La Chiesa ortodossa etiopica, infatti, vanta più di quaranta milioni di fedeli, in Etiopia e – per i molti immigrati – negli Stati Uniti, in Canada e in Europa. È una Chiesa che si sente legata alla storia del popolo ebraico: la loro tradizione la fa risalire al battesimo del funzionario della regina di Etiopia da parte di Filippo, come narrato negli Atti degli Apostoli. L’Etiopia rappresenta l’unico caso di cristianesimo “africano” autoctono di antica tradizione e di diretta derivazione apostolica. In ogni caso, la Chiesa etiope ha radici antiche, nel III-IV secolo. Ha una tradizione liturgica particolare, segnata da reminiscenze dell’ebraismo. È una Chiesa africana, di popolo, forte della sua tradizione monastica e segnata dalla profonda devozione della sua gente. Ancora oggi, la domenica, è impressionante vedere la folla vestita in ampi mantelli bianchi, accalcarsi dentro e attorno alle caratteristiche chiese dalla forma rotonda.

Si tratta di una Chiesa di martiri, anche nel Novecento. Durante il regime fascista, molti suoi esponenti furono incarcerati e uccisi. Tra questi, il patriarca, Abuna Petros, fucilato nel luglio del 1936. Particolarmente brutale fu la strage, frutto di una rappresaglia, ordinata dal generale Graziani, nel monastero di Debre Libanos, culla della spiritualità etiopica, dove morirono oltre duemila tra monaci e diaconi. Alla fine degli anni Settanta, la caduta dell’ultimo “imperatore cristiano” dell’età moderna, il Negus Haile Selassie, aprì la strada alla sanguinosa rivoluzione del Derg e al regime filo-comunista di Menghistu. Durante la sua dittatura, che si prolungò per oltre un decennio, la Chiesa fu perseguitata e sottoposta a tentativi di “addomesticazione”.

La biografia di Abuna Paulos si intreccia con il dramma della sua Chiesa in quegli anni. Giovane monaco, formatosi teologicamente ad Addis Abeba e poi negli Stati Uniti, nel 1976, l’anno della caduta del Negus, fu fatto vescovo e richiamato in patria dal patriarca Tewophilos. Quest’ultimo, leader innovatore e molto attivo, pagò con la morte il rifiuto di piegare la Chiesa e la sua indipendenza ai diktat di Menghistu. Molti vescovi, tra cui Paulos furono imprigionati, in regime di carcere duro. Paulos vi rimase fino al 1983, quando fu costretto all’esilio. Tornò negli Stati Uniti, dove organizzò la locale Chiesa etiope composta di emigrati e rifugiati, facendo costruire nuovi luoghi di culto. Qualche anno fa mi ha confidato: «Il carcere è stato la mia chiesa e la mia scuola di predicazione». Con il ritorno alla democrazia, Paulos rientrò in Etiopia e fu eletto Patriarca nel 1992. Gli anni del suo governo sono stati di rinascita spirituale e organizzativa per la Chiesa. Molte proprietà sono state riacquisite, gli studi teologici riformati. Si è aperta una nuova stagione di dialogo ecumenico e di relazioni con le Chiese sorelle. È stato copresidente del Consiglio Ecumenico delle Chiese dal 2006 e ha partecipato per sette volte agli incontri di preghiera per la pace nello Spirito di Assisi organizzati da Sant’Egidio.

Benedetto XVI, nel suo messaggio di cordoglio alla Chiesa etiope, ha ricordato la sua commovente testimonianza al Sinodo dei Vescovi sull’Africa nel 2009. Paulos è stato anche protagonista della storica riconciliazione con la Chiesa copta d’Egitto, dopo un lungo periodo di gelo, seguito allo “scisma”. Con Abuna Paulos scompare un grande cristiano africano. La sua fede forte, nutrita dalla Scrittura e dalla testimonianza dei santi della Chiesa d’Etiopia, forgiata nella sofferenza, si coniugava con una personalità singolarmente gioviale, umile e amica. Mancherà all’Africa e a tutto il mondo cristiano.

Marco Impagliazzo

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Cordoglio del Papa morte SS Abouna Paulos

2012-08-17 L’Osservatore Romano

Il patriarca della Chiesa ortodossa d’Etiopia, Abuna Paulos, è  morto improvvisamente il 16 agosto. Appresa la notizia Benedetto XVI ha fatto pervenire, attraverso il nunzio apostolico George Panikulam, il telegramma di cordoglio che pubblichiamo di seguito in una nostra traduzione.


Ho appreso con tristezza della morte di Sua Santità Abuna Paulos, Patriarca della Chiesa Ortodossa Etiopica Tewahedo, e desidero esprimere le mie sentite condoglianze ai membri del Santo Sinodo, e al clero, ai religiosi e ai fedeli del Patriarcato. Ricordo ancora con soddisfazione le sue visite in Vaticano, in particolare il suo discorso durante la Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, il 6 ottobre 2009, e le importanti osservazioni che fece in quell’occasione. Gli sono anche grato per il suo impegno fermo nel promuovere una più grande unità attraverso il dialogo e la cooperazione tra la Chiesa Ortodossa Etiopica Tewahedo e la Chiesa Cattolica. Ora che il Patriarcato piange la morte di Sua Santità, offro volentieri l’assicurazione delle mie preghiere per il riposo della sua anima e per tutti coloro che lo piangono.

Benedictus PP. XVI

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Abuna Paulos, leader della Chiesa Ortodossa Etiopica, è morto la notte scorsa. “Era un padre per la sua comunità”

REDAZIONE
ROMA

‘Sono rimasto profondamente colpito e addolorato dalla scomparsa improvvisa del patriarca della Chiesa Ortodossa Etiopica, Abuna Paulos, un amico da molti anni e punto di riferimento fondamentale per il suo paese e la sua chiesa, una delle piu’ antiche del mondo e la piu’ antica d’Africa”. Lo dichiara, in una nota, il ministro per la Cooperazione Internazionale e l’integrazione, Andrea Riccardi alla notizia del decesso del Patriarca etiopico avvenuta la notte scorsa.

 ”L’ Abuna Paulos – prosegue il ministro Riccardi – ha rappresentato un esempio e un padre per la sua Chiesa, che ha sempre difeso, anche nei momenti difficili della sua storia. Piu’ volte incarcerato, ha attraversato il periodo buio della dittatura e della guerra, e ha saputo ridare alla Chiesa Etiopica il suo posto nella nuova Etiopia democratica. L’ ho visitato l’ultima volta poche settimane fa, in occasione della mia recente missione in Etiopia. La sua morte priva questo grande paese africano di una guida sicura”.

tratto da Vatican Insider

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Turchia infelix

Rischia lo sfratto il monastero più antico del mondo

I capi dei tre villaggi musulmani vicini, curdi della tribù Celebi, hanno sporto denuncia anni fa contro il monastero con l’appoggio del deputato del partito islamico Akp del premier Recip Tayyip Erdogan. I religiosi siriaci sono stati accusati di «attività anti-turche», perchè educano anche giovani non cristiani, e di occupare abusivamente terre che apparterrebbero ai villaggi vicini. Dopo diverse decisioni giudiziarie contrastanti la Corte Suprema d’Appello, riferisce Zaman, vicino al governo di ankara, ora ha dato ragione ai capitribù e deciso che le terre su cui sorge da 1600 anni il monastero in realtà non sono di sua proprietà. Secondo i querelanti fra l’altro il santuario sarebbe stato costruito dove prima c’era una moschea, dimenticando che Maometto è nato 170 anni dopo la sua fondazione. La sentenza è stata definita «scandalosa» dalla stessa stampa turca, sottolinea Zaman: i giudici, scrive, «hanno ‘persò titoli di proprietà e documenti fiscali che dimostravano come le terre siano incontestabilmente di proprietà del monastero».

Per sopravvivere ora a Mor Gabriel potrebbe rimanere solo la strada della Corte europea dei diritti umani, percorsa già con successo anni fa dal Patriarcato Greco di Costantinopoli per ottenere la restituzione dell’ edificio orfanotrofio ortodosso di Buyukada a Istanbul I Mongoli, armi in pugno, non erano riusciti a distruggerlo 700 anni fa, nonostante il massacro di 40 monaci e 400 fedeli: ma l’esistenza del più antico monastero cristiano del mondo ancora in attività potrebbe ora essere messa in pericolo secondo la stampa turca da una sentenza della Corte Suprema d’Appello di Ankara. Fondato nel 397 dai monaci Samuel e Simon, Mor Gabriel, nell’ altopiano del Tur Abdin (La Montagna dei Servi di Dio) nell’ Anatolia orientale vicino al confine siriano, è da secoli il cuore spirituale della Comunità Ortodossa Siriaca. Vi rimangono oggi con il Metropolita Mor Timotheus Samuel Aktash 3 monaci, 11 suore e 35 ragazzi cui vengono trasmessi i tesori intangibili del monastero, l’antica lingua aramaica, quella che parlava Gesù, e la tradizione ortodossa siriaca. Nonostante si trovi in una regione difficile, teatro di scontri fra il gruppo armato separatista curdo Pkk e l’esercito turco, Mor Gabriel accoglie ogni anno 20mila pellegrini. Per i fedeli siriaci-ortodossi (o aramaici, 2,5 milioni ora sparsi per il mondo) posti sotto l’ autorità del Patriarca di Antiochia è la «Seconda Gerusalemme».

La sua fama 1500 anni fa era tale che gli imperatori romani Arcadio, Teodosio e Onorio, vollero arricchirlo con nuovi edifici, reliquie, opere d’arte, mosaici. Gli ultimi 150 anni sono stati quelli del declino: i massacri perpetrati da nazionalisti e ‘giovani turchì alla fine del Ottocento (3mila cristiani bruciati vivi nella cattedrale di Edessa nel 1895), i sanguinosi scontri fra turchi e curdi, con in mezzo i siriaci, durante la prima guerra mondiale, tensioni e violenze. L’esodo dei siriaci è stato continuo. A metà anni ’60 erano 130mila sul Tur Abdin, ora sono 3.500. E la ‘Seconda Gerusalemmè è ora in pericolo.

tratto da La Stampa

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Egitto, la resistenza copta per evitare la sharia nella Costituzione

Mentre sale la tensione tra il presidente Morsi e il Consiglio Miliare, la questione della legge islamica complica i rapporti tra gli islamisti e la minoranza cristana

GIORGIO BERNARDELLI
ROMA

Sono ore di tensione in Egitto per il braccio di ferro tra il neo-presidente Morsi e il Consiglio dei militari sullo scioglimento del Parlamento decretato dalla Corte suprema. Al di là di quelli che saranno gli esiti al Cairo è però in corso anche un altro scontro – non meno incandescente – intorno all’articolo II della nuova Costituzione, quello cruciale in cui si afferma il ruolo della sharia (la legge islamica) in rapporto alle leggi dello Stato. Un tema fondamentale in un Paese in cui la caduta del regime di Mubarak ha portato al potere gli islamisti. E a cui la minoranza cristiana copta guarda come a un passaggio decisivo per capire se le rassicurazioni ricevute dai Fratelli musulmani in questi giorni sono affidabili oppure no.

In discussione non è la presenza del riferimento alla sharia nella Costituzione: quello esisteva già con Mubarak e al Cairo nessuno si illude che siano gli islamisti a toglierlo. L’articolo II dell’attuale legge fondamentale recita, dunque, che «l’islam è la religione ufficiale dello Stato, l’arabo è la sua lingua e i principi della sharia sono la fonte principale della legislazione». Il problema è che i salafiti del partito al Nour - l’ala degli islamisti ancora più integralista rispetto ai Fratelli musulmani – la ritengono una formulazione troppo vaga: anziché citare «i principi» vorrebbero che la Costituzione facesse riferimento esplicitamente alle «regole della sharia». Un cambiamento che non è solo una questione di parole.

Contro questa posizione si espresso apertamente Ahmad al-Tayīb, lo shaykh di al Azhar – la prestigiosa istituzione sunnita del Cairo – secondo cui l’articolo II deve rimanere immutato. Una posizione dettata non solo dalla volontà di tutelare le minoranze, ma anche dal bisogno di evitare lacerazioni interne al mondo islamico egiziano: non tutti i musulmani infatti sono d’accordo con il modo di applicare la sharia propugnato dai salafiti. Questo intervento di al-Tayīb ha, però, suscitato feroci critiche nei suoi confronti da parte dei vertici di al Nour. E anche ai leader dei Fratelli musulmani intervenuti in difesa dello shaykh di al Azhar i salafiti hanno risposto a muso duro ricordando che se Morsi è stato eletto presidente è stato grazie al loro voto.

Di certo per i copti sarebbe un passo inaccettabile la modifica richiesta. E va inoltre aggiunto che anche loro propugnano un cambiamento nell’articolo II: alla formulazione attuale vorrebbero aggiungere una frase in cui si specifichi che «i non-musulmani possono ricorrere alle proprie leggi religiose per le materie che attengono alla religione e allo status delle persone». C’è poi anche un altro terreno su cui i salafiti stanno facendo le barricate contro i cristiani al Cairo: non hanno gradito che in campagna elettorale Morsi (come il suo avversario Shafiq) abbia promesso di affidare la vicepresidenza a un copto. E stanno facendo pressioni perché questo impegno non venga mantenuto. Dal canto loro i copti vogliono che il vicepresidente non sia un cristiano di facciata, ma una figura rappresentativa della comunità: si fanno i nomi dell’ex ministro del turismo ‘Abd al-Nūr e dell’imprenditore Hānī ‘Azīz.

Il tema della sharia, intanto, è tornato molto caldo anche nella vicina Tunisia: qui il partito islamico Ennhada aveva accettato in marzo di non inserire un riferimento esplicito alla legge islamica nella Costituzione, anche qui confermando lo status quo. Questo passo ha però suscitato le ire dell’islam più radicale: lo stesso leader di al Qaidaal Zawahiri si è scagliato contro quanto accaduto in Tunisia. E oggi la pressione su Ennhada perché ritorni su suoi passi è in deciso aumento.

tratto da VaticanInsider

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Foglio di collegamento dei delegati per l’ecumenismo e il dialogo dei Frati Minori d’Italia, 3 Domenica di Luglio

Viviamo l’unità

                        una grande famiglia di cristiani appartenenti a chiese diverse

                        prega con te creando unità

                                               la terza domenica di ogni mese

Quest’anno vivremo l’unità meditando i messaggi di Gesù alle sette chiese dell’Apocalisse

 

“… a … Smirne … conosco … la tua tribolazione la tua povertà, però sei ricco… non temere… sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita…” (Ap 2,8-11)

La lettera alla chiesa di Smirne è la più breve e la più positiva e consolante. E’ rivolta a una chiesa che deve affrontare il male e la persecuzione. La sua coerenza è nel vivere le beatitudini del vangelo e la sua forza sta nel prendere sul serio gli attributi di Cristo. Essa è povera e perseguitata, vivendo la prima e l’ultima delle beatitudini (cf. Mt 5,3.10; Lc 6,20.22). Ma è proprio questa la sua ricchezza: “eppure sei ricco” (v. 8).

La tentazione in situazioni di difficoltà è lo sconforto e l’affievolirsi della speranza. Allora l’invito è a un serio e pacato discernimento: gli avversari possono appellarsi a una tradizione e ufficialità, possono rivendicare la discendenza da Abramo e chiamarsi “giudei”, ma, accecati dall’ostilità contro la verità, sono schiavi della menzogna che diventa bestemmia (v. 9).

La forza della chiesa sta nell’ascoltare e affidarsi totalmente a Colui che si presenta come “il Primo e l’ultimo, che era morto ed è tornato alla vita” (v. 8). La risurrezione di Gesù è il fondamento della fede, la forza che sostiene nelle tribolazioni e persecuzioni e assicura la fedeltà e perseveranza nella prova. Solo il Risorto presente nella chiesa può assicurare, senza tema di smentita: “non temere ciò che stai per soffrire”; alla luce della risurrezione la prova suscitata da satana avrà breve durata, “dieci giorni” (v. 10), cioè, tempo misurato e sotto controllo (cf. Ap 12,3; 13,1; 17,3.7.12.16).

Solo il discernimento che permetterà di smascherare la menzogna e l’affidamento al Risorto potranno assicurare quella fedeltà “fino alla morte” (v. 10) che è richiesta a chi vuole appartenere alla chiesa di Cristo e non a una congrega guidata dal principe della menzogna. Questa fedeltà fino alla morte permetterà al cristiano e alla chiesa di essere annoverati tra i vincitori che riceveranno in dono il premio. Il Risorto, vincitore sulla morte, come trofeo di vittoria assicura quella vita che non potrà essere toccata da nessuna condanna (v. 10; cf. 20,6.14; 21,8). E giustamente, perché la risurrezione di Cristo è la speranza e il sostegno per chi ha vissuto le beatitudini evangeliche.

Posted in Uncategorized | Leave a comment